Caporetto

…Ma in una notte trista si parlò di tradimento,
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento…
Ahi, quanta gente ha vista
Venir giù, lasciare il tetto,
per l’onta consumata a Caporetto!
Profughi ovunque! Dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i suoi ponti.
S’udiva, allor, dalle violate sponde,
sommesso e triste il mormorio de l’onde:
come un singhiozzo, in quell’autunno nero,
Il Piave mormorò:
“Ritorna lo straniero!”…  La Leggenda del Piave . E.A .Mario 1918

Cento anni fa all’alba del 24 ottobre 1917 il generale Luigi Cadorna, nella sede del Comando Supremo di Udine, venne informato del pesante bombardamento sulla linea Plezzo-Tolmino, paesi al confine tra Friuli e Slovenia; fedele alle sue convinzioni, il generale la ritenne una simulazione per distogliere l’attenzione dal fronte carsico.

I primi ordini giunsero dopo 24 ore quando il Comando Supremo venne informato che Caporetto era caduta e che gli austro-germanici erano riusciti ad avanzare a Saga e sul Kolovrat. Venne deciso l’abbandono di tutte le posizioni sulla riva sinistra dell’Isonzo. La situazione ormai stava precipitando velocemente anche a livello politico: a Roma il presidente del Consiglio Paolo Boselli, dopo aver perso un voto di fiducia, si dimise. Poche ore dopo iniziarono a circolare le notizie di quanto stava succedendo nell’Alto Isonzo. La Seconda Armata venne totalmente abbandonata dai propri ufficiali e migliaia di soldati si diressero senza alcun ordine verso lapianura friulana. Molti gettarono con sollievo le armi convinti che la guerra fosse terminata. Molti altri si arresero agli austriaci e tedeschi che intanto avanzavano verso Udine.

Il 26 ottobre Cadorna cercò di nascondere la verità al Paese con dei bollettini ottimistici ma ormai era chiaro: l’azione compiuta tra Plezzo e Tolmino da parte degli austro-germanici aveva portato ad una disfatta del fronte italiano.

La Rotta di Caporetto infatti in quei tragici giorni all’esercito italiano costò  12.000 morti, 30.000 feriti e ben 265.000 prigionieri! Ad onor del vero la gran parte dei soldati si era battuta con valore: lo provano gli oltre mille corpi custoditi oggi nell’ossario tedesco a strapiombo sull’Isonzo nei pressi di Tolmino. E va pure detto che nei giorni successivi l’esercito italiano ripiegò verso il Piave, dove avrebbe costruito una nuova linea di difesa contro il nemico, in buon ordine, a partire dalla Terza Armata comandata dal generale Emanuele Filiberto Duca d’Aosta.

Contemporaneamente nelle strade riempite dai militari in ritirata, si aggiunsero i primi civili friulani, costretti ad abbandonare le proprie case, dall’avanzata austro-germanica. Nei giorni successivi i profughi diventarono una moltitudine  di vecchi, donne e bambini che abbandonò  precipitosamente paesi e campagne del Friuli e del Veneto.

Una fuga dalla guerra avvenuta a piedi, sui carri, per treno, in condizioni spesso disumane, che contribuì ad aumentare il senso di catastrofe nazionale che lo sfondamento militare  aveva provocato. E per dimensioni l’esodo di massa della popolazione civile fu il più vasto in Europa durante la Grande Guerra: ben 229.404 profughi da 308 comuni del Friuli e del Veneto!

Il 28 ottobre venne diffuso in tutta Italia un nuovo bollettino, sempre firmato da Cadorna: …La mancata resistenza di reparti della Seconda Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia.. Queste gravi accuse segnarono definitivamente la fine della sua carriera ai vertici dell’esercito italiano.

L’8 novembre il nuovo Capo di Governo Vittorio Emanuele Orlando sostituì nel Comando Supremo Cadorna con il generale Armando Diaz, che con l’eroica resistenza sul Piave ed il successivo contrattacco fino alla battaglia di Vittorio Veneto condusse l’esercito alla vittoria ed alla conclusione della Grande Guerra. Diaz ha avuto il  grande merito d’aver rianimato lo spirito ed il morale dei militari, dagli ufficiali ai fanti, con una maggiore attenzione alle loro condizioni di vita sul fronte, dai sussidi ai combattenti e alle loro famiglie, a più turni di riposo ed a più licenze, coinvolgendoli  anche alle sorti della guerra con un più efficace servizio di propaganda ( i Giornali di trincea) rispetto ad un militare all’antica, come Cadorna, rigido con i suoi subalterni e convinto di vincere in una guerra, per armamenti e tecnologie belliche radicalmente diversa da quelle del passato, con ripetuti assalti con le baionette per avanzare solo di pochi metri al prezzo di migliaia di morti.

Ma Diaz non avrebbe vinto se dietro non avesse avuto un Paese unito e solidale con il suo esercito. Paradossalmente la sconfitta di Caporetto rianimò il sentimento di Patria, minacciata dagli invasori austriaci e tedeschi: nelle trincee una babele di dialetti, un popolo giovane ( i ragazzi del 99) diventò una Nazione, in tutta Italia, dal re al semplice cittadino, i partiti e la società civile, uomini e donne sostennero con tutti mezzi i fanti contadini alla riconquista dei confini della Patria ed al compimento dell’Unità italiana con l’annessione di Trento e Trieste. Nei drammatici mesi di ottobre e novembre del 1917 si ricompose pertanto quella divisione tra Interventisti e Neutralisti, la frattura tra Paese legale ed opinione pubblica, che nei mesi precedenti all’entrata in guerra dell’Italia, il 24 maggio 1915, avevano lacerato la coscienza degli italiani.

Caporetto, il Piave ed infine  Vittorio veneto sono stati i momenti della Grande guerra, in cui il popolo italiano diede con il senso del dovere, con l’amor di patria la massima prova di coesione civile di tutta la sua storia, ritrovando le idealità e i valori, nati e affermatisi negli anni del Risorgimento.

Il Piave comandò:
“Indietro va, straniero!”
Indietreggiò il nemico
Fino a Trieste fino a Trento,
e la Vittoria sciolse le ali del vento!
Fu sacro il patto antico:
tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro, Battisti…
L’onta cruenta e il secolare errore
Infranse, alfin, l’italico valore.
Sicure l’alpi… Libere le sponde…
E tacque il Piave: si placaron le onde…
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò
né oppressi, né stranieri.

 

Fiorentino, è laureato in architettura. Militante nei gruppi della sinistra rivoluzionaria (Potere Operaio), nei primi anni 70 inizia l’attività di insegnamento, prima nelle scuole medie e successivamente, abilitatosi in Storia dell’Arte, nelle scuole di indirizzo artistico. Con l’insegnamento prende progressivamente coscienza del suo ruolo professionale fuori da ogni logica ideologica, per cui si allontana dalle posizioni estremistiche di sinistra degli anni giovanili e si avvicina sempre di più a posizioni liberal-democratiche. E’ tra i fondatori, negli anni 80, della Gilda degli Insegnanti, associazione che cerca di tutelare la valenza professionale dei docenti e, nel dicembre 2005, del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. E’ rappresentante legale del Comitato Fiorentino per il Risorgimento, del cui sito è direttore.