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Il revival neoborbonico: la parola agli storici

Fulvio Cammarano   Mente Politica 7 ottobre *

 

La questione del ritorno di nostalgie neoborboniche in alcune regioni del sud quest’estate, in Puglia ha preso le sembianze di una proposta di legge regionale per una giornata della memoria delle vittime meridionali dell’unificazione italiana.

Si tratta di un progetto che va ben aldilà dei consueti e periodici revival destinati a riempire l’ozio estivo e poi a spegnersi con la chiusura degli ombrelloni. La stessa contingenza storica internazionale in cui ci troviamo, caratterizzata da tensioni nazionali centrifughe, ci costringe a guardare con molta attenzione ai numerosi risvolti di questo “ritorno ai Borbone”. Il versante storico, da cui  ha preso le mosse, è in fondo l’aspetto più semplice. Poiché per sostenere una causa risulta utile inventarsi dei nemici, i laudatores del Regno delle Due Sicilie hanno vita facile, in un Paese ormai assuefatto all’idea del dibattito pubblico come gara o duello, a presentare il vasto problema di quella che un tempo si chiamava questione meridionale, come il risultato dell’azione vessatoria dei Savoia. La violenta occupazione piemontese avrebbe cioè distrutto un sistema economico e sociale funzionante e competitivo a livello internazionale e sottomesso definitivamente il Meridione agli interessi del  “Nord”. E’ evidente che utilizzare un borbonismo mitologico come chiave di lettura introduttiva agli squilibri nel rapporto tra settentrione e meridione risulta una forzatura che non serve alla comprensione dei fatti. Nuove generazioni di studiosi da anni stanno lavorando al tema della situazione del Regno delle Due Sicilie, dell’unificazione italiana e dell’annessione delle regioni meridionali, seguendo ipotesi di ricerca e percorsi interpretativi lontani anni luce dall’impostazione “colpevoli e innocenti” nella nascita del Regno d’Italia. Se non si contestualizza ciò che è avvenuto nella nostra penisola nella prima metà del XIX secolo all’interno della più vasta ed epocale trasformazione introdotta a livello planetario dalle grandi rivoluzioni di fine ‘700, si rischia di leggere molte di quelle tragiche e sanguinose vicende come un evento più vicino al gioco del risiko che a quello dei movimenti reali che caratterizzarono davvero quei decenni. Le ovvie e indiscusse brame degli ambiziosi Savoia debbono però essere declinate, in quel contesto geopolitico e ideale, all’interno di una logica propulsiva che introduceva un nuovo modo d’intendere la modernità e la partecipazione alla vita pubblica. Una logica che i Savoia, o meglio la mediazione tra la Casa regnante e la loro classe politica, hanno saputo cavalcare, anche in virtù di una Costituzione – la stessa stracciata dai Borbone pochi anni prima – che stava lentamente trasformando un Regno in una nazione. Quindi chi affronta la storia di quegli anni non può non collocare quelle dinamiche, violente e sanguinose, all’interno delle profonde correnti culturali del costituzionalismo che solcavano l’intera Europa cercando di dare forma politica all’irrefrenabile bisogno di rifondare il modo d’intendere la vita pubblica. Dentro questa nuova, indomabile, cultura si accalcavano in ordine sparso aspirazioni ideali e materiali di élite emergenti, l’impeto delle nuove generazioni, la crisi delle dinastie obbligate a scegliere tra l’opportunismo della contaminazione con il “popolo” e la resistenza al cambiamento. Una logica costituzionale, questa, che trasformando le relazioni tra i poteri e introducendo i cittadini nel sistema, finisce non solo per rendere audaci piccole e poco gloriose dinastie, come i Savoia, o per mettere a nudo debolezze e fragilità di altre, a partire dai Borbone, ma comporterà anche l’inizio di una nuova forma di legittimazione internazionale. Nefandezze ed eroismi, fuori da questo contesto, diventano solo occasione di polemica finalizzata ad altro. Mettere l’accento unicamente sulle violenze e gli inganni che stanno alla base della nascita o del consolidamento di quasi tutte le nazioni moderne, serve solo ad alimentare quei processi di semplificazione – perfetti incubatori della massa di fake news che assedia la “rete” – a cui gli storici, per forma mentis, a prescindere dalle diverse collocazioni politico-culturali, dovrebbero sempre sottrarsi. Un rifiuto che tuttavia non significa rinunciare al confronto pubblico. Informazioni e dati storici erronei o senza contesto richiedono pronte contro-argomentazioni per impedire la loro tramutazione in luoghi comuni che spesso influenzano più o meno inconsapevolmente la decisione politica. Fondamentale sarebbe quindi un più dinamico rapporto di confronto e scambio della storiografia con il giornalismo culturale, e più in generale con i media vecchi e nuovi. Allo stesso modo, la rappresentanza politica, a qualunque livello esercitata, ha il diritto di scegliere in piena libertà, ma andrebbe sostenuta nell’indispensabile processo di acquisizione informativa che, fino a prova contraria, dovrebbe sempre precedere quello deliberativo. In questo senso, dunque, sarebbe opportuno che il legislatore, ogniqualvolta prende una decisione che coinvolge direttamente le vicende del nostro passato, sia agevolato nell’accesso ad una pluralità di dati e interpretazioni che le società storiche e i centri studi sono sicuramente pronti a mettere a disposizione. La ricostruzione storica è una delle operazioni più delicate e complesse che si possano immaginare perché ci mette a contatto con ingredienti instabili, gli esseri umani, che operano in ambienti mutevoli ed è per questo che nel laboratorio dello storico, come in quello del chimico, dovrebbe sempre campeggiare la scritta “maneggiare con cura”.

*Fulvio Cammarano  Professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Bologna

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