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Massimo d’Azeglio a 150 anni dalla morte

Roberto Russo Mondolibri 15 gennaio

Il 15 gennaio 1866 moriva a Torino Massimo Taparelli marchese d’Azeglio, più noto come Massimo d’Azeglio, politico, patriota, pittore e scrittore che sempre a Torino era nato il 24 ottobre 1798. Sua è la celebre frase: “S’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani” (la troviamo ne  I miei ricordi).

Cresciuto alla scuola alfieriana la cui eredità era particolarmente viva nei circoli dei giovani intellettuali piemontesi cui apparteneva anche il cugino Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio venne in seguito a contatto con i cenacoli romantici milanesi, dominati dalla figura del Manzoni (di cui sposò la figlia Giulia) e qui acquistò fama come autore di romanzi storici. Ettore Fieramosca o La disfida di Barletta (1833) – opera che tratta dell’amore del Fieramosca per Ginevra, a lui contesa dal duca Valentino – e il meno riuscito Niccolò de’ Lapi (1841), che prende spunto dall’assedio di Firenze del 1549-1530, risultano ispirati dalla volontà di esaltare gli spiriti patriottici rievocando gli episodi storici in cui maggiormente rifulsero il coraggio e l’ardimento degli italiani, ma l’intento oratorio lascia spazio a una vena sottile di ironia che tende ad alleggerire anche le situazioni più cupe e romanzesche; in questi romanzi è notevole lo stile piano e discorsivo, lontano da ogni impennata retorica, la lingua sciolta e vivace, priva di vezzi letterari e tesa a realizzare un tono medio accessibile a vasti strati di pubblico.

Un terzo tentativo di romanzo storico, La lega lombarda, a cui Massimo d’Azeglio lavorò tra il 1843 e il 1847, rimase interrotto dopo i primi capitoli.

Massimo d’Azeglio politico

Politicamente Massimo d’Azeglio fu esempio tipico di moderato liberale, gradualista, legalitario e federalista: espresse tali idee nello scritto Gli ultimi casi di Romagna (1846) in cui denunciò il malgoverno papale, deprecando insieme i tentativi insurrezionali del 1845 e nella Proposta di un programma per l’opinione nazionale italiana (1847) che risentiva delle speranze suscitate da Pio IX.

Dopo la disfatta di Novara (1849) fu nominato Primo Ministro del Regno di Sardegna e in seguito capeggiò il governo piemontese per quasi quattro anni, riuscendo a evitare il prevalere del municipalismo, ridando slancio alle istituzioni parlamentari, e attuando importanti riforme, come, nel campo ecclesiastico, quelle sancite dalla legge Siccardi (leggi di separazione fra Stato e Chiesa, del Regno di Sardegna, che abolirono i privilegi goduti fino ad allora dal clero cattolico, allineando la legislazione piemontese a quella degli altri stati europei).

Con l’avvento di Cavour venne superato dal corso degli eventi: vide di mal occhio l’annessione del Regno di Napoli, espose in Questioni urgenti (1861) la sua avversione all’idea di Roma capitale.

Gli ultimi scritti e i quadri

La sua ultima opera, I miei ricordi, apparsa postuma nel 1867, è uno degli esempi migliori della memorialistica risorgimentale. Infatti, quando Massimo d’Azeglio non si lascia prendere la mano dai suoi propositi educativi o dalla volontà di giustificare il suo operato di uomo politico, ma rievoca gli anni della sua giovinezza e l’ambiente torinese, nascono pagine ariose e vivaci, caratterizzate da un senso di verità molto forte cui contribuiscono gli inserti dialettali, che bene s’innestano in uno stile tendente al parlato che ebbe una notevole influenza sulla letteratura piemontese del secondo Ottocento.

La sua opera pittorica, soprattutto di paesaggi delicati e malinconici d’ispirazione romantica, è in gran parte conservata nel Museo civico di Torino.

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I PIU’ PERICOLOSI NEMICI DELL’ITALIA  tratto da I miei ricordi di Massimo d’Azeglio (ed. Rizzoli, Milano 1965, pagg. 17-18)

Livio Ghelli Comitato Fiorentino per il Risorgimento

“L’Italia da circa mezzo secolo s’agita, si travaglia per divenire un sol popolo e farsi nazione. Ha riacquistato il suo territorio in gran parte. La lotta collo straniero è portata in buon porto, ma non è questa la difficoltà maggiore. 
La maggiore, la vera, quella che mantiene tutto incerto, tutto in forse è la lotta interna. 
I più pericolosi nemici d’Italia non sono i Tedeschi, sono gl’Italiani. 
E perché? 
Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; perché pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro, perché l’Italia, come tutt’i popoli, non potrà divenir nazione, non potrà esser ordinata, ben amministrata, forte così contro lo straniero come contro i settari dell’interno, libera e di propria ragione, finché grandi e piccoli e mezzani, ognuno nella sua sfera, non faccia il suo dovere, e non lo faccia bene, od almeno il meglio che può. 
Ma a fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ignorato, ci vuol forza di volontà e persuasione che il dovere si deve adempiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che, con un solo vocabolo, si chiama ‘carattere’, onde, per dirla in una parola sola, il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani, che sappiano adempiere al loro dovere; quindi che si formino alti e forti ‘caratteri’. 
E purtroppo si va ogni giorno più verso il polo opposto.”

 

 

Comitato Fiorentino per il Risorgimento - redazione web