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Fabio Bertini interviene sull’Editoriale di Agosto

Caro Direttore

Condivido l’elegante editoriale del mese di Agosto (L’arte del Buon Governo) che mi pare appropriato e sostanzioso. Ma vorrei cogliere uno spunto su cui rifletto da tempo. Debbo dire che quel “facciamo gli italiani” mi sembra emblematico di un atteggiamento dottrinario della classe dirigente italiana che, compiuto il Risorgimento ad opera di una coralità, non necessariamente maggioritaria, ma rappresentativa di tutte le classi sociali, comprese e non poco le popolari, si arrogò un compito quasi esclusivo di direzione del paese. Come è noto, il sistema elettorale, oltre che esclusivamente maschile, era censitario e assai ristretto, per cui il voto spettava soltanto ad una piccola élite. Tuttavia, è anche vero che il difetto maggiore di quella frase, come sempre accade, consiste nello staccarla dal contesto in cui fu pronunciata, tanto che vi è una grande confusione sul tempo della frase. Chi l’attribuisce a D’Azeglio, chi ad una sintesi di altri, ad esempio Ferdinando Martini, a fine Ottocento, ecc. Ebbene, se non era comparsa prima, la sintesi esisteva già almeno nel 1867, quando, all’inaugurazione di una scuola per adulti, a Patti, in Sicilia, il maestro Pasquale Pizzuto ne prese spunto in un modo che giudico interessante.  Spariti i carnefici del genere umano, che odiavano la luce del progresso e l’istruzione del popolo, il popolo ora libero poteva divenire davvero un essere politico attraverso l’istruzione, liberarsi dal vizio del lotto e dalla superstizione. Era un modo di volere il popolo protagonista e non comprimario. Ma va resa giustizia anche a D’Azeglio. Nel suo pensiero, sugli italiani pesava un retaggio di ignoranza, di vecchi rancori su cui soffiavano le forze anti-unitarie e c’era bisogno di un nuovo spirito che comprendesse il senso del dovere, solo che assegnava a una classe ben definita, i proprietari il diritto della politica. La frase invece andò sempre più identificando i peggiori istinti delle classi dirigenti succedutesi nel potere, andando al di là della cultura dottrinaria che io non condivido ma rispetto, per divenire sempre un giudizio ex cathedra di chi tutto può verso chi non obbedisce abbastanza. In uno scritto del 1919, Antonio Gramsci ironizzava sulla nascita, a Torino, di una “Associazione democratica nell’Evoluzione e nell’Ordine” che, come motto aveva assunto proprio la sintesi del D’Azeglio. E scriveva: “un qualunque cittadino, con la modica spesa di lire 3, può fare Italiani per un intero anno; e se qualunque cittadino è in facoltà di sborsare lire 50, egli farà Italiani vita natural durante”. Risparmio il resto, che forse è intuibile in un paese che aveva già cominciato a darsi per obbiettivo di fare l’italiano nuovo, per cui presto qualcuno si sarebbe messo all’opera alzando il mascellone. 

Fabio Bertini 

coordinatore dei Comitati toscani del Risorgimento Professore Associato di Storia contemporanea (Settore M-04X). Laureato in Storia presso la facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Firenze, il 2 luglio 1975, con il massimo dei voti e la lode; Dottore di ricerca in Storia della Società europea; Allievo della Scuola Storica dell’Istituto Storico per l’Età moderna e contemporanea di Roma. Presidente del Comitato livornese per la promozione dei valori risorgimentali, dalla fondazione, nel 2000, consigliere nel Direttivo dell’Istituto Storico per la Resistenza in Toscana, consigliere dell’Istituto Storico per la Resistenza di Livorno, condirettore della collana “Il Risorgimento tra Mediterraneo ed Europa”, direttore della collana “Il lungo Risorgimento delle donne”, redattore capo di “Rassegna Storica Toscana”, nel Comitato Scientifico di “Rivista di Studi Politici Internazionali”, di “Ricerche Storiche” e di “Nuovi Studi Livornesi”. È curatore scientifico e riordinatore dell’Archivio “Giuseppe Vedovato”, in via di sistemazione presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.