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Contro l’individualismo ed il neo-liberismo della Società Liquida i giovani devono recuperare le parole d’ordine della giustizia sociale, della democrazia, dentro e fuori dalla scuola.

Caro Direttore,

nell’editoriale di questo mese poni diverse suggestioni. È interessante la nozione di “società liquida” da cui muovi e che mi ricorda un po’altri esercizi di stile intellettuale, come, ad esempio, la definizione di “pensiero debole”, cose che spesso vogliono dire molto e niente nello stesso tempo. Tu, nel ragionamento, riporti le cose a concretezza per cui concludi con un richiamo alla scuola come luogo di formazione e ricomposizione e io sono d’accordo. Sarebbe davvero un bel compito tornare a dare un pochino di ordine mentale e di regole di educazione che magari potessero costituire un feed back verso le famiglie perché mi pare che spesso comportamenti ed educazione dovrebbero partire dalla cellula elementare del vivere sociale. Tale almeno parrebbe essere stato il primo luogo di formazione per cui le nostre generazioni un minimo di rispetto e di regole civili se lo portavano dietro. Però, detto questo, mi pare importante sottolineare come la liquidità sociale dipenda da un modello di organizzazione del lavoro che non soltanto ha reso individuale e scollegato il vivere sociale, aggravandolo con forme di competitività talora selvagge, ma soprattutto ha avuto bisogno di una scientifica demolizione di strutture importanti per la coesione, a cominciare dai sindacati e dai partiti. La politica che ha intrapreso questa strada (con un certo successo) aveva un pensiero forte che era quello neoliberista. Per definizione, è una teoria che presuppone l’individualismo e una battaglia per la vita che sacrifica ed elimina il più debole. Così sta accadendo e comprende anche la formazione di nuove forme di aristocrazia, quale quella costituita oggi dalla classe politica, cioè da ambienti ricchi (uso il termine in senso propriamente economico), molto potenti e autoreferenziali, completamente avulsi dalle problematiche quotidiane. A volte mi viene a mente, guardando (ormai pochissimo) i talk show politici l’immagine della nobiltà francese pre-rivoluzionaria che discuteva, accanto al fuoco e sorseggiando un tè, del destino dei contadini, magari litigando prima di andare a cena a condividere il banchetto. Allora, perché la società sia meno liquida occorrerà che i contadini si riconquistino i canali della democrazia, i luoghi della discussione e le facoltà della rappresentanza. E siccome io queste cose le penso da centro-sinistra credo che, forse, quanto è accaduto il 4 marzo – sicuramente spiacevole e sgradito per me – sia un’ottima e grandiosa occasione che i giovani hanno di recuperare le parole d’ordine della giustizia sociale, della democrazia, dentro e fuori dalla scuola perché il futuro deve stare, a mio avviso, non dalla parte dei feudatari, ma da quella dei popoli civili.

Cari saluti e auguri di buona Pasqua,

Fabio Bertini

 

Fiorentino, è laureato in architettura. Militante nei gruppi della sinistra rivoluzionaria (Potere Operaio), nei primi anni 70 inizia l’attività di insegnamento, prima nelle scuole medie e successivamente, abilitatosi in Storia dell’Arte, nelle scuole di indirizzo artistico. Con l’insegnamento prende progressivamente coscienza del suo ruolo professionale fuori da ogni logica ideologica, per cui si allontana dalle posizioni estremistiche di sinistra degli anni giovanili e si avvicina sempre di più a posizioni liberal-democratiche. E’ tra i fondatori, negli anni 80, della Gilda degli Insegnanti, associazione che cerca di tutelare la valenza professionale dei docenti e, nel dicembre 2005, del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. E’ rappresentante legale del Comitato Fiorentino per il Risorgimento, del cui sito è direttore.